Tratto dal romanzo di Carlo Bonini, ACAB è l’adattamento cinematografico che segna l’esordio su grande schermo di Stefano Sollima (regista della serie tv Romanzo Criminale). Protagonisti quattro celerini che, per scelta o per mancanza di altro lavoro, sono costretti ad arginare la violenza della vita quotidiana in un solo modo: la violenza stessa. Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Andrea Sartoretti, Marco Giallini, Roberta Spagnuolo e Domenico Diele sono i protagonisti principali di un film tanto duro quanto realista, senza facili moralismi.
Fare un film sulla polizia, o meglio sui celerini è impresa al quanto dura se non impossibile, soprattutto per il rischio di essere o troppo a favore dello Stato o con la visione diametralmente opposta. Eppure Stefano Sollima è riuscito, al primo colpo cinematografico, a trovare il giusto equilibrio tra le parti, non per mancanza di presa di posizione ma per un realismo territoriale del quale il regista ne è consapevole. La storia è incentrata su tre celerini, ormai veterani del servizio sono alle prese con difficili scelte e problemi nella vita privata. Cobra (Piefrancesco Favino) è alle prese con un processo penale per aver ferito per l’ennesima volta un tifoso , Negro (Filippo Nigro) affronta una difficile separazione con la moglie e non ha una casa dove vivere; infine il cinico Mazinga (Marco Giallini), il più vecchio della squadra, si è stancato della vita e in famiglia ha perso il controllo totale del figlio. A loro tre si unisce una giovane recluta, Adriano (Domenico Diele), ragazzo di borgata, che dovrà imparare anche contro voglia l’educazione alla legalità, il duro spirito della camerata, l’ordine e l’uso a volte violento della legge.
ACAB è un film difficile e riuscito. Duro, molto violento, intenso e drammatico, pone l’attenzione su un argomento delicato. Questa volta la narrazione avviene dall’interno, sono i singoli personaggi che raccontano un modo difficile da capire da fuori. Ogni ruolo è scritto psicologicamente molto bene: c’è l’invasato di matrice fascista (Favino) che ha nelle regole e nel patriottismo estremo un unico credo comportamentale, il padre di famiglia (Nigro) è disposto a tutto per vedere la figlia anche a costo di perdere il lavoro e andare contro le stesse leggi che lui rappresenta; Mazinga è il capo squadra ormai svuotato da ogni credo e di essere servo del potere ma non per questo viene meno alla divisa che rappresenta. Il giovane Adriano è in un certo senso la speranza futura nella quale riporre ogni fiducia perché, benché sia un lavoro sporco quello del celerino, per far fronte ad una società violenta, sempre pronta ad esplodere, bisogna sapersi adattare e difendere.
Non solo i personaggi ma anche la storia sono un punto di forza di ACAB: si parte dai fatti di vita quotidiana (la sicurezza allo stadio, lo sgombero di case occupate, le manifestazioni di piazza) per poi allargare il cerchio e fare mirati riferimenti a eventi eclatanti della storia recente dell’Italia (G8 di Genova, la morte di Gabriele Sandri, l’assassinio del commissario Raciti). Sollima racconta senza facili moralismo un mestiere difficile, rivolge le proprie accuse verso i poteri di palazzo, troppo spesso staccati dalla realtà e in grado di usare i celerini come “pedoni” di una scacchiera malata e violenta (la società): i primi ad essere utilizzati e gli ultimi ad essere ricordati. La regia è serrata ed efficace come avevamo avuto modo di apprezzare nella serie tv Romanzo Criminale, aiutato anche da una musica ammiccante che da un giusto ritmo al film. Ottimo anche il cast, su tutti svetta ancora una volta l’interpretazione di Pierfrancesco Favino. Non ci sono buoni o cattivi in ACAB, c’è solo un lavoro sporco ovvero quello del celerino. Da vedere (fonte: Pellicole Rovinate).






